1. È stata colta l’opportunità tecnologica per far crescere quasi senza limiti la raccolta delle informazioni e la loro conservazione in banche dati sempre più gigantesche. Ma questo mondo è troppo spesso governato da una cultura assai simile a quella degli antichi archivi, protetti dalle loro stesse caratteristiche fisiche - carta, schede, dischi - che rendevano difficile l’accesso e la circolazione delle informazioni raccolte. E invece le informazioni sono divenute sempre più facilmente reperibili, alla portata di molti, accessibili a distanza, agevoli da divulgare. […] non si è avvertito che lì si stava depositando un nuovo sapere sociale, della cui importanza e utilizzabilità si rendevano conto più i cittadini che i detentori delle informazioni.

    — Rodotà, S. “Il potere digitale

  2. Il lato in ombra del crowdsourcing

    ultimamente in Rete e per convegni si fa un gran parlare di crowdsourcing, e cioè dell’affidamento alla propria comunità- di lettori, clienti o altro- di parte delle attività normalmente svolte entro l’organizzazione. si tratta di un fenomeno in piena ebollizione e molto di moda: ci sono tante definizioni diverse (qui quella di Jeff Howe, il primo ad impiegare il termine), casi di successo un po’ ovunque (in Italia si citano di solito Zooppa.it e Fiat 500),  e soprattutto una quantità di interpretazioni e declinazioni differenti tra loro, come si deve ad ogni “ultimo grido” del mondo internet.

    ciò di cui invece si parla più raramente  è il lato in ombra del crowdsourcing. già, perché per rendere possibile il coinvolgimento materiale di una qualsiasi crowd è comunque necessario un lavoro di pianificazione, coordinamento, dialogo (e poi monitoraggio) delle attività esternalizzate da parte dell’organizzazione. E’ una roba di cui magari vi parleranno di meno- che è inelegante e suona male nelle presentazioni commerciali- ma resta nondimeno un ingrediente decisivo per la buona riuscita della campagna, qualunque essa sia.

    per spiegare “il lato in ombra” la si potrebbe prendere dall’alto, scomodando la teoria delle transazioni ed osservando che ad ogni esternalizzazione di compiti corrisponde un aumento dei costi di transizione (quelli legati all’adattamento al nuovo contesto) e dei costi di coordinamento interno.
    ma forse la spiegazione vien meglio osservando la pratica. anzitutto, se voglio conquistare la fiducia della mia crowd- e portarla a collaborare con me- dovrò spendere un di più di sforzo e dare per primo inerzia al progetto. si tratta di un principio valido tanto per la creazione di una semplice mappa (qui un esempio di vita vissuta a TER) quanto per i progetti a scala globale (wikipedia come la conosciamo, per dire, è figlia della massa critica creata con Nupedia prima di lei).
    secondo, devo immaginare e negoziare con la crowd delle “regole d’ingaggio” fungibili, e assicurarmi che vengano rispettate. anche qui la regola vale per una mappa- cos’è un POI e come si inserisce, se/quali sono le modalità non ammissibili, cosa ne faremo del lavoro collettivo- ma anche per un progetto “grosso” (quante proposte avrà dovuto bannare il team di Fiat 500?).
    terzo, dovrò spiegare e far “digerire” l’esistenza dell’attività crowdsourced all’interno dell’organizzazione, scontrandomi spesso con incomprensioni, diffidenze, timori di “invasioni di campo”. che succede se la tua intervista crowdsourced pesta i piedi ai colleghi dell’ufficio stampa? e come la prenderanno i “creativi”- ma il management- se la prossima campagna pubblicitaria la disegna un ragazzetto per interposta Zooppa?

  3. se le informazioni sono cibo

    nel discorso sull’informazione, le metafore legate al cibo ricorrono con frequenza sempre maggiore. ci “approvvigioniamo” di contenuti, corriamo rischi di “indigestione” da stimoli, consumiamo “notizie da fast-food” e, più in generale, esprimiamo preoccupazioni crescenti rispetto alla nostra “dieta informativa”.  e allora, visto che l’accostamento metaforico sembra fertile, proviamo a seguirlo.

    Se le informazioni sono cibo, allora…

    google è il più grande libro di ricette del mondo, twitter quello che ti passa le ricette degli amici

    tastiere e videocamere son fornelli, e gli schermi dei tavoli da pranzo

    le case editrici sono ristoranti blasonati, con un luminoso futuro alle spalle e qualche problema da risolvere

    walmart e i giornali online si somigliano troppo spesso

    tablet e smartphone sono robot da cucina di ultima: tutti li comprano ma nessuno sa ancora usarli fino in fondo

    Shirky Weinberger e gli altri son critici di vaglio. discettano di cucina tutto il giorno, e dopo c’è sempre qualcuno che offre loro la cena

    ogni blog è una cucina, ogni feed un forno da campo

    [continua]

  4. Do we need a new name for the modern media creators, specifically the ones who are creating information of value to communities (of geography or interest)? I’d like to find one but I confess I’m not having an easy time of it. “Creator” has its own baggage. “Participant” and “collaborator” and “contributor” don’t seem exactly right, either.

    — Who’s a journalist? Does that matter?

  5. Nomadi tempo e denaro

    Tanto tempo fa Marcello McLuhan sosteneva che l’era elettrica avrebbe fatto di noi dei ‘nomadi cercatori di informazione’. Era un’immagine suggestiva, ma faticavi a comprendere come potesse tradursi in pratica ed integrarsi rispetto al funzionamento dell’economia.

    Adesso, quasi cinquanta anni dopo, il nomade informativo è qui in carne e ossa. Esplora lo spazio con il suo iphone da rabdomante e raccoglie briciole di informazione dentro sacche colorate pesanti diversi giga. Ma c’è di più: abituato com’è all’autonomia ed all’auto-sussistenza della vita errante, non è più disponibile ad offrire dollari in cambio dei beni/servizi quotidiani. Non che non voglia pagare, per carità. Solo che l’unica risorsa che è disposto ad offrire è il tempo di ricerca. O per dirlo meglio, come lo dice un articolo del NYT di qualche giorno fa, in diversi mercati la moneta- tempo ha definitivamente scalzato la moneta-moneta.

    Anche qui molto bello da raccontare. Ma poi come funziona? Come si remunera il tempo- uomo speso dai singoli nomadi per le loro ricerche, e come si riorganizzano strutture formalizzate abituate da sempre ad abbeverarsi di dollari per il proprio funzionamento?

    Dal lato delle aziende la sperimentazione è già abbastanza avanzata. Forme diverse di crowdsourcing- con i nomadi coinvolti in massa nella produzione e i più capaci remunerati per la loro caccia- allignano ormai in ogni settore merceologico ed in ogni angolo dell’impero, mentre i nuovi geografi fanno soldi a palate regalando le mappe del terreno di caccia ed i costruttori di bacchette da rabdomante si attrezzano anche loro. 

    Il discorso è più complicato quando parliamo di remunerazione dei cacciatori singoli. Perché il novero dei professionisti (dai programmatori ai goldfarmer) che riescono a farsi pagare per il tempo passato a reperire informazione è relativamente circoscritto. Mentre è enorme la platea di coloro che raccolgono e contribuiscono attivamente al ciclo di produzione informativo senza ottenerne in cambio moneta sonante e magari neppure reputazionale. Forse una soluzione possibile (lo adombrano anche i guru) è quella offerta da piattaforme come Flattr, che riconoscono esplicitamente il ruolo dei singoli cercatori nella catena di produzione del valore informativo, e si propongono di offrire loro un corrispettivo per il loro contributo. Ma non è ancora chiaro se e come questo tipo di modello di business potrà tenersi e proliferare. 

  6. Sondaggio della Zeit sull’informazione (via LDB)

    (via Luca De Biase)