cosa racconta la contesa sugli hashtag
Nella giornata di ieri, in parallelo al flusso di notizie dalle Borse dai Colli della politica e da altre capitali europee, su Twitter è letteralmente esplosa la discussione sulla crisi italiana ed europea, con centinaia di lanci dedicati ad articoli, aggiornamenti real-time, analisi sul tema. In poche ore si è sviluppata così una massa ricca e magmatica, all’interno della quale come sempre in questi casi non era semplice orientarsi o trovare fili conduttori.
Ci vorrebbe un hashtag di riferimento, avrà pensato qualcuno.
E in effetti poco dopo le 18, su proposta ed esempio di uno dei cittadini più attivi, @urukwavu, è emerso l’hashtag #itadefault. Il cancelletto ha funzionato e continua a funzionare molto bene. Tutto a posto quindi? Non proprio. Perché poco dopo @riotta ha rilanciato, sostenendo l’opportunità di impiegare una formula più beneaugurante (#italiaresiste). Ne è nato un dibattito, rinfocolato stamane dalla presa di posizione di @debortolif- che ha proposto di impiegare un hashtag ancora diverso- e ripreso con accenti preoccupati anche fuori dagli angusti confini patrii.
Ma come, si domandano all’estero, stanno andando a fondo e non riescono neppure a mettersi d’accordo su un hashtag condiviso?
Le perplessità degli osservatori sono legittime, ma la storia qui sembra interessante anche perché consente una serie di osservazioni diverse, riguardanti l’importanza strategica degli oggetti-hashtag. Perché i cancelletti, come osservava @jeffjarvis in un suo magistrale post di qualche tempo fa, sono boe di senso potenzialmente decisive, intorno alle quali si catalizzano idee e persone. E perché, soprattutto, sono boe sulle quali nessuno può decidere a priori, a partire dalla propria autorevolezza o da qualsiasi altra fonte di legittimazione. Sono i cittadini della Rete stessi, attraverso l’impiego che fanno di una o dell’altra formula, a decidere quale di essa debba sopravvivere ed affermarsi. Sono, in una certa misura, oggetto di una dialettica politica che deve meno alle gerarchie preordinate, e più all’autorevolezza guadagnata con l’interazione.
Ma questo porta naturalmente a un paio di nodi, che la questione dei “cancelletti contesi” lascia aperte. La prima ha a che vedere con la domanda “come devono essere disegnati i cancelletti” e più in generale [bum!] con la netiquette ad essi associata. Posto che sarà la Rete a scegliere il destino di ogni data formula, quali sono le convenzioni cui è opportuno aderire nel progettare le nostre boe di senso? Dobbiamo rimanere il più fedeli possibile alla descrizione della realtà intorno [e allora, nella fattispecie, propendere forse per #itadefault] ovvero possiamo lasciare spazio ad auspici, speranze, visioni politiche proprie?
E poi, quanto “pesano” effettivamente i fattori pre-Rete [reputazione del singolo, capacità di influenzare terzi anche offline, etc] rispetto alla traiettoria “ecologica” dei singoli hashtag? Ha ragione Jarvis, quando con entusiasmo anarco-liberista sostiene che “i cancelletti non appartengono a nessuno”, ovvero il peso di un @debortolif può spostare “il destino di una boa” più di mille cittadini qualunque?