1. Le 4 [anzi 5] effe del crowdsourcing

    Avevo promesso a mia mamma che non l’avrei mai fatto, ma per una volta mi cimento anch’io col gioco delle letterine per descrivere le “4 [anzi 5] effe” del crowdsourcing.

    Il punto di partenza sono i progetti di collaborazione di massa di TER- #parlamiditER, #adottaunaparola, #blogville e tutto il resto. Ci lavoriamo praticamente da sempre, su questa dimensione, e a furia di zuccate qualche lezione l’abbiamo anche imparata e condivisa [un’ottima sintesi sta in questo post di Dr. O-One]. E allora proviamo a metterle in fila, queste quattro [anzi cinque] effe del crowdsourcing.

    Fiducia
    La Rete è fatta di relazioni, e il crowdsourcing se possibile anche un po’ di più. Vuol dire che puoi avere il progetto più bello del mondo, persone capaci in staff e magari anche un botto di quattrini, ma il tuo progetto di collaborazione non andrà, comunque, da nessuna parte se non c’è un rapporto solido tra te e la tua community. Devi esserci stato tutti i giorni, aver offerto pezzetti di valore senza pretendere in cambio, aver ascoltato e possibilmente valorizzato i contributi degli altri. Se lo avrai fatto c’è la possibilità che si sia instaurato un rapporto di fiducia tra te e la comunità. E a quel punto puoi cominciare a ragionare di crowdsourcing.

    Format
    Anche qui siamo ai basics: la risorsa più scarsa in Rete è l’attenzione, e mentre prepari la tua proposta ci sono almeno un altro milione di persone/organizzazioni che stanno facendo lo stesso, alla ricerca di tempo ed energie dalle persone. Se vuoi sperare di arrivare ai loro occhi, e magari guadagnarti una possibilità di coinvolgerli, ti conviene allora offrire loro un’idea semplice, vicina ai loro interessi e possibilmente originale. Sono precondizioni minime per l’attenzione di partenza, e per garantire al progetto qualche possibilità di viaggiare in Rete con le sue gambe. Oltre a questo poi, fai in modo che il format sia il più possibile trasparente quanto ad obiettivi e strumenti. Perché stai già chiedendo loro una mano, e farlo in maniera “opaca” non è accettabile neanche un po’.

    Fattibilità
    Con i nostri progetti non siamo mai riusciti a portare in Riviera il mare delle Seychelles- né Pompei ai piedi dell’Appennino. In compenso, però, abbiamo ricevuto testi, immagini e ricordi di grande qualità, e convogliato verso luoghi specifici della Rete conoscenze specifiche eccellenti. Traduzione: gli obiettivi generali proposti per l’azione di crowdsourcing devono essere chiari, individuabili e realisticamente realizzabili [nessun trasloco di Pompei per capirci]; e dev’essere altrettanto circoscritto, definito e praticabile che si chiede agli interlocutori [ci vogliono troppi bicchieri per trasportare qui l’acqua dei Tropici]. E ancora, gli strumenti messi a disposizione delle persone devono essere semplici, vicini alle loro competenze e adeguati alla realizzazione del compito. Prese insieme, queste condizioni misurano il grado di fattibilità dell’azione: maggiore la fattibilità, maggiore la probabilità che la comunità accetti di partecipare.

    Fatica 
    Questo è un aspetto di cui nessun consulente parla mai volentieri- la fatica non è sexy e allontana i clienti. E invece si tratta di un ingrediente fondamentale per la riuscita di qualsiasi progetto collaborativo, come ben illustrato da @lelimaz nella sua tesi di laurea  sul tema [in via di pubblicazione qui]. Il punto è semplice: per quanto intuitivi risultino strumenti e obiettivi, per quanto motivati siano i partecipanti al progetto, la gestione di un’iniziativa di CS richiede comunque una mole enorme di lavoro in backoffice [è forse per questo che molte organizzazioni le esternalizzano completamente ad attori terzi]. Ci va fatica per informare ed accompagnare “punto a punto” i partecipanti; fatica per coinvolgere nuovi soggetti e dare conto a tutti di avanzamenti e problemi; fatica, ancora, per ascoltare le proposte che la community sottoporrà [se dai spazio di espressione alle persone devi poi essere conseguente!] e ridisegnare in maniera conseguente la traiettoria complessiva del progetto. E se qualsiasi cosa va storta, ricordati, la colpa sarà comunque soltanto tua.

    Fortuna
    Un signore tanto tempo fa diceva che “la comunicazione è sempre improbabile”. E’ un asserto molto credibile, e ben adattabile anche alle azioni collaborative. Perché- e ritorniamo con questo al punto da cui siamo partiti- il tuo progetto di crowdsourcing è fatto anzitutto di relazioniE visto che le relazioni tra le persone sono naturalmente volatili, delicate, “improbabili”, per transitività anche gli esiti dell’azione di CS lo sono. Nella nostra esperienza con TER, per fare un caso, abbiamo avuto progetti nati “sperimentali” che dopo anni vivono e scalciano meglio del primo giorno. E ne abbiamo avuti altri- simili o magari persino migliori nei fondamentali- che per ragioni diverse non hanno incontrato l’interesse delle persone. Neppure questo è sexy da dire- soprattutto a chi intende investire tempo e denaro- ma il grado di aleatorietà [o fortuna per dirla facile] di un’iniziativa di crowdsourcing è sempre e comunque alto. E l’atterraggio, per chi lo dimentica, può essere davvero doloroso.

  2. #adottaunaparola è scappato ed è volato sulla Rivista del Turismo

    #adottaunaparola è scappato ed è volato sulla Rivista del Turismo

  3. TER: prove tecniche di crowdsourcing pubblico

    Tutti dicon crowdsourcing I love you. Anche nel pubblico. Ma poi due casi su tre il crowdsourcing si arena al primo scoglio, o diventa occasione di pastura per qualche Von Clausewitz dei social media venuto da lontano [e tosto ripartito]. A TER abbiam provato a fare una cosa un po’ diversa. E la raccontiamo in questa intervista a eGov. #adottaunaparola, a quel punto, era solo una conseguenza naturale =)

  4. Il lato in ombra del crowdsourcing

    ultimamente in Rete e per convegni si fa un gran parlare di crowdsourcing, e cioè dell’affidamento alla propria comunità- di lettori, clienti o altro- di parte delle attività normalmente svolte entro l’organizzazione. si tratta di un fenomeno in piena ebollizione e molto di moda: ci sono tante definizioni diverse (qui quella di Jeff Howe, il primo ad impiegare il termine), casi di successo un po’ ovunque (in Italia si citano di solito Zooppa.it e Fiat 500),  e soprattutto una quantità di interpretazioni e declinazioni differenti tra loro, come si deve ad ogni “ultimo grido” del mondo internet.

    ciò di cui invece si parla più raramente  è il lato in ombra del crowdsourcing. già, perché per rendere possibile il coinvolgimento materiale di una qualsiasi crowd è comunque necessario un lavoro di pianificazione, coordinamento, dialogo (e poi monitoraggio) delle attività esternalizzate da parte dell’organizzazione. E’ una roba di cui magari vi parleranno di meno- che è inelegante e suona male nelle presentazioni commerciali- ma resta nondimeno un ingrediente decisivo per la buona riuscita della campagna, qualunque essa sia.

    per spiegare “il lato in ombra” la si potrebbe prendere dall’alto, scomodando la teoria delle transazioni ed osservando che ad ogni esternalizzazione di compiti corrisponde un aumento dei costi di transizione (quelli legati all’adattamento al nuovo contesto) e dei costi di coordinamento interno.
    ma forse la spiegazione vien meglio osservando la pratica. anzitutto, se voglio conquistare la fiducia della mia crowd- e portarla a collaborare con me- dovrò spendere un di più di sforzo e dare per primo inerzia al progetto. si tratta di un principio valido tanto per la creazione di una semplice mappa (qui un esempio di vita vissuta a TER) quanto per i progetti a scala globale (wikipedia come la conosciamo, per dire, è figlia della massa critica creata con Nupedia prima di lei).
    secondo, devo immaginare e negoziare con la crowd delle “regole d’ingaggio” fungibili, e assicurarmi che vengano rispettate. anche qui la regola vale per una mappa- cos’è un POI e come si inserisce, se/quali sono le modalità non ammissibili, cosa ne faremo del lavoro collettivo- ma anche per un progetto “grosso” (quante proposte avrà dovuto bannare il team di Fiat 500?).
    terzo, dovrò spiegare e far “digerire” l’esistenza dell’attività crowdsourced all’interno dell’organizzazione, scontrandomi spesso con incomprensioni, diffidenze, timori di “invasioni di campo”. che succede se la tua intervista crowdsourced pesta i piedi ai colleghi dell’ufficio stampa? e come la prenderanno i “creativi”- ma il management- se la prossima campagna pubblicitaria la disegna un ragazzetto per interposta Zooppa?