1. Il lato in ombra del crowdsourcing

    ultimamente in Rete e per convegni si fa un gran parlare di crowdsourcing, e cioè dell’affidamento alla propria comunità- di lettori, clienti o altro- di parte delle attività normalmente svolte entro l’organizzazione. si tratta di un fenomeno in piena ebollizione e molto di moda: ci sono tante definizioni diverse (qui quella di Jeff Howe, il primo ad impiegare il termine), casi di successo un po’ ovunque (in Italia si citano di solito Zooppa.it e Fiat 500),  e soprattutto una quantità di interpretazioni e declinazioni differenti tra loro, come si deve ad ogni “ultimo grido” del mondo internet.

    ciò di cui invece si parla più raramente  è il lato in ombra del crowdsourcing. già, perché per rendere possibile il coinvolgimento materiale di una qualsiasi crowd è comunque necessario un lavoro di pianificazione, coordinamento, dialogo (e poi monitoraggio) delle attività esternalizzate da parte dell’organizzazione. E’ una roba di cui magari vi parleranno di meno- che è inelegante e suona male nelle presentazioni commerciali- ma resta nondimeno un ingrediente decisivo per la buona riuscita della campagna, qualunque essa sia.

    per spiegare “il lato in ombra” la si potrebbe prendere dall’alto, scomodando la teoria delle transazioni ed osservando che ad ogni esternalizzazione di compiti corrisponde un aumento dei costi di transizione (quelli legati all’adattamento al nuovo contesto) e dei costi di coordinamento interno.
    ma forse la spiegazione vien meglio osservando la pratica. anzitutto, se voglio conquistare la fiducia della mia crowd- e portarla a collaborare con me- dovrò spendere un di più di sforzo e dare per primo inerzia al progetto. si tratta di un principio valido tanto per la creazione di una semplice mappa (qui un esempio di vita vissuta a TER) quanto per i progetti a scala globale (wikipedia come la conosciamo, per dire, è figlia della massa critica creata con Nupedia prima di lei).
    secondo, devo immaginare e negoziare con la crowd delle “regole d’ingaggio” fungibili, e assicurarmi che vengano rispettate. anche qui la regola vale per una mappa- cos’è un POI e come si inserisce, se/quali sono le modalità non ammissibili, cosa ne faremo del lavoro collettivo- ma anche per un progetto “grosso” (quante proposte avrà dovuto bannare il team di Fiat 500?).
    terzo, dovrò spiegare e far “digerire” l’esistenza dell’attività crowdsourced all’interno dell’organizzazione, scontrandomi spesso con incomprensioni, diffidenze, timori di “invasioni di campo”. che succede se la tua intervista crowdsourced pesta i piedi ai colleghi dell’ufficio stampa? e come la prenderanno i “creativi”- ma il management- se la prossima campagna pubblicitaria la disegna un ragazzetto per interposta Zooppa?

Note

  1. postato da giovanniarata